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Tante NGN locali possono fare una NGN nazionale: facciamo in Italia le muni-fiber

Francesco Sacco e Mauro Fasano

16 mag 2008

In Italia, in particolare, e in Europa, in generale, gli investimenti in fibra ottica stentano a decollare al contrario dell’Asia e degli USA. Ma se faticano a crearsi le condizioni per la realizzazione di un’infrastruttura nazionale di nuova generazione, potrebbero essere valutate anche strade alternative. Una di queste è la realizzazione di “pezzi” di NGN co-finanziate dagli utenti e dalle pubbliche amministrazioni locali (muni-fiber).

Come mestamente ha constatato proprio pochi giorni fa il presidente dell'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, Corrado Calabrò, in Italia nella fibra ottica «dopo essere stati all'avanguardia, siamo al capolinea». Con un espressione efficace (“la fibra piange in Italia”), Stefano Quintarelli ne ha chiosato l’affermazione invitando lo Stato a farsi parte attiva per promuovere l’installazione delle reti in fibra ottica anche nel nostro Paese.
Ma è davvero utile installare la fibra ottica investendo decine di miliardi di euro o basta colmare il digital divide e dare a tutti un minimo di banda larga?
Di recente, Maurizio Decina in un suo articolo pubblicato proprio su La-rete.net (Fiber to the Premises - Fibra ai locali) e poi ampliato (Modelli di sviluppo della larga banda nel mondo), ci raccontava quanto l’Asia si stia velocemente orientando verso la fibra ottica. Il Giappone, la Corea e la Cina puntano rispettivamente al 95% (entro il 2010), al 92% (2010) e al 50% (2015) delle abitazioni raggiunte in fibra ottica. Per il solo Giappone, i benefici diretti e indiretti del progetto Ubiquitous-Japan (U-Japan), che prevede la copertura dell’intero paese con collegamenti ad altissima velocità, si stimano in circa 1.500 miliardi, circa un terzo del suo PIL. Ma il “fronte” della fibra è ben più ampio. Gli USA non sono da meno e, anche grazie ad una modifica regolamentare, AT&T e Verizon hanno lanciato due distinte iniziative che dovrebbe presto portare entro il 2010 la rete in fibra al 50% delle famiglie americane. La Francia ha da poco lanciato un piano per la “modernizzazione dell’economia” che tra le altre cose fissa l’obiettivo di collegare in fibra 4 milioni di famiglie entro il 2012, impone la precablatura ottica dei nuovi immobili e disposizioni per una posa facilitata della fibra nei vecchi edifici. Inoltre, attribuisce alle "collettività" i poteri per gestire la digitalizzazione del proprio territorio. Il governo inglese in febbraio ha dato l’incarico a Francesco Caio di effettuare una “review” indipendente per valutare come il governo possa creare le condizioni per la realizzazione di un next generation network (NGN) in UK. In Germania il governo non ha esitato ad aprire un durissimo contenzioso con Bruxelles pur di favorire l’installazione da parte di Deutsche Telekom (in parte ancora statale) di una NGN basata su collegamenti in fibra fino agli armadi di strada.
Questi esempi non esauriscono l’elenco dei paesi i cui i governi hanno lanciato iniziative per promuovere la realizzazione di nuove reti di telecomunicazioni in fibra ottica. Ma allungarlo non servirebbe, dato che non cambierebbe la natura di una constatazione di fondo: oggi i paesi più lungimiranti stanno tutti puntando a realizzare reti in fibra. Il dibattito italiano sul digital divide nell’accesso broadband tra poco sarà archiviato e si aprirà la discussione su un divario molto più difficile da colmare: il digital divide nell’accesso alle diverse tecnologie broadband.
La fibra ottica garantisce una banda che senza sforzo può raggiungere i 100 MBps simmetrici. Le tecnologie basate sul rame o sull’accesso wireless possono soltanto avvicinarsi a queste prestazioni – ma non raggiungerle – e solo in modo asimmetrico.  I costi di posa della fibra sono di poco superiori al rame sfruttato dalle tecnologie xDSL, ma la vita economica della fibra è più di 4 volte quella del rame ed il suo tasso di guasti è di un ordine di grandezza inferiore. Le sue prestazioni sono molto affidabili, non subisce interferenze e non crea inquinamento elettromagnetico. Intrinsecamente, per funzionare consuma molta meno energia elettrica del rame.
Le autostrade informatiche del futuro correranno su fibra ottica. Negli USA il traffico automobilistico sulle autostrade ha smesso di crescere già 3 anni fa mentre il traffico su Internet è ancora in pieno sviluppo. In un non irrealistico futuro con il petrolio a 200$ al barile, come un’importante banca d’affari ha già pronosticato, la capacità di videocomunicare, di scambiarsi rapidamente informazioni e collaborare a distanza diventa vitale. In un futuro di questo genere le reti in fibra ottica diventano un asset vitale per la competitività di un paese moderno. Il problema, però, è come realizzarle.
In Italia appena il 12% della popolazione (circa 7 milioni di persone) vive in centri urbani con più di 500.000 abitanti. Il comune medio italiano conta appena 7.252 abitanti che diventano 5.873 al Nord, 11.287 al Centro e 8.119 al Sud. Ciò comporta che 19 milioni di italiani risiedano in comuni con meno di 10.000 abitanti e che il 55% della popolazione nazionale (il 62,1% del Nord, 41,9% del Centro e 53,8% del Sud), viva in centri con meno di 30.000 abitanti.
Data questa situazione di partenza, se si estrapolano anche soltanto le conseguenze ultime del migliore dei piani in discussione, il futuro ci riserva una situazione in cui soltanto una parte di poche grandi città saranno collegate in fibra ottica e tutti coloro che vivono o lavorano fuori dalle grandi città non l’avranno mai. In sostanza, quasi tutta la popolazione italiana ha un destino segnato.
Ma non ci sono proprio soluzioni alternative? Una possibilità c’è, ma scaturisce da un percorso opposto a quello che i grandi incumbent stanno valutando.
Oggi sia i privati sia le aziende comprano servizi di comunicazione che gli giungono attraversando tratti di reti appartenenti a operatori diversi. È del tutto normale che ciò accada e accade in modo totalmente trasparente per l’utente.
Come la presenza di un garage o dell’ascensore incrementa il valore di un immobile a parità di tutte le altre condizioni, così in futuro la disponibilità di un collegamento in fibra ottica ne aumenterà ulteriormente la valutazione. Ma negli USA questa tendenza è già evidente da qualche tempo.
Allora, se ci fossero delle regole che lo permettessero e dei chiari standard di interoperabilità tra le reti, piccole comunità di privati, imprese e pubbliche amministrazioni potrebbero avere tutto l’interesse di creare le condizioni per l’accesso in fibra alle reti di telecomunicazioni. Lo schema potrebbe essere molto semplice e ricalcare quanto sta già avvenendo in Svezia e Olanda:

  1. un’entità no-profit (una cooperativa, un’associazione o anche altro) in collaborazione con l’amministrazione locale si fa carico di promuovere una raccolta di adesioni all’interno di un territorio ben circoscritto tra privati, imprese e istituzioni;
  2. una volta chiusa la fase di raccolta delle manifestazioni d’interesse, sulla base delle dislocazioni degli aderenti, si elabora un piano di massima per la realizzazione della rete in fibra e un business plan che evidenzi l’investimento complessivo e il costo per ognuno dei potenziali aderenti all’iniziativa;
  3. sulla base del business plan elaborato, si raccolgono i fondi eventualmente messi a disposizione da amministrazioni pubbliche e istituzioni locali, si effettua una verifica dei costi sulla base delle adesioni definitive e si raccolgono le quote di spettanza da ciascun aderente all’iniziativa;
  4. grazie alla collaborazione dell’amministrazione locale ottenuta preventivamente, la fase di realizzazione della rete in fibra (muni-fiber) è molto più spedita, soprattutto per quanto riguarda gli aspetti autorizzativi. Ciò, naturalmente, comporta anche un forte abbattimento dei costi;
  5. grazie all’adesione preventiva degli utenti finali, la realizzazione delle opere civili necessarie alla realizzazione della muni-fiber è anch’essa più spedita e rispetta in modo più attento tutti gli equilibri e le esigenze presenti tra prestazioni e vincoli strutturali. Inoltre, dovendo coprire soltanto gli aderenti all’iniziativa, i costi e i tempi di realizzazione della rete sarebbero molto minori che non nel caso di una realizzazione su larga scala, che predisporrebbe il servizio anche per chi non ne fruirebbe mai;
  6. una volta terminata la fase di realizzazione, si ha una rete in fibra spenta. Per attivare il servizio è necessario un ultimo passaggio (che può però essere fatto contemporaneamente all’elaborazione del business plan): un’asta per la fornitura dei servizi di telecomunicazione (Internet, telefonia, IPTV, etc.) e un’altra asta per la manutenzione dell’infrastruttura con un ben chiaro livello di servizio;
  7. terminata l’asta, chi ha sottoscritto l’adesione al servizio è proprietario della sua “quota” di rete e può fruire dei servizi che ha richiesto. A fronte dell’investimento per un privato di 1.000-1.500 euro avrà un servizio che prima non poteva avere, che costerà circa la metà di quello equivalente (ma anche superiore) in altre aree e che in un periodo di 4-6 anni si sarà completamente ripagato. Inoltre, se qualcuno che nella prima fase non avesse aderito, cambiasse idea, il suo contributo andrebbe a diminuire i costi di coloro che hanno aderito nella prima fase, aumentandone la convenienza.

Un side effect di questa tipologia di muni-fiber è che creerebbe un nuovo tipo di mercato per i servizi di manutenzione ma anche per la fornitura di servizi all’ingrosso di telecomunicazione, allargando la “torta” sempre più piccola delle imprese telefoniche senza richiedere costosi investimenti che in Italia – è ormai ben chiaro – non sono possibili.
Ma, dal momento che la vera Italia è quell’88% di italiani che non vivono in grandi città, le muni-fiber darebbero loro la possibilità di accedere alle autostrade dell’informazione, un accesso che altrimenti non potrebbero avere in nessun modo. E un accesso al futuro, di proprietà e a buon prezzo, non è cosa da poco.

Mauro Buratti - 26 mag 2008
Curioso, nei 7 punti elencati, il primo, che cambia radicalmante lo scenario di sviluppo delle reti cittadine. Cosi' potrebbe davvero funzionare, anzi ... verrebbe quasi voglia di trovare un caso reale e provare insieme (PA, privati, costruttori, gestori, ...) il modello. Mauro


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