L’Italia ha una bassa diffusione della banda larga. Secondo la Commissione UE, la sua diffusione è al 17,1% della popolazione, al di sotto della media UE del 20%, ormai superati anche dalla Spagna (18,3%). Nella classifica per la velocità media delle reti, il nostro paese è al 21° posto nel mondo, dietro al Portogallo. Eppure, il Commissario alla Società dell’Informazione Reding non perde occasione per ricordare che l’ICT è la chiave per la competitività e la crescita economica in Europa, ed è responsabile per circa il 50% dell’attuale crescita di produttività nella UE. Questa constatazione potrebbe non stupire, dato che la crescita della produttività in Italia langue da anni e, a tratti, addirittura è diminuita.
Se guardiamo da questo punto di vista il problema delle politiche nella banda larga, gli aiuti di Stato per lo sviluppo delle reti di nuova generazione (NGN) potrebbero essere accettabili e giustificabili. Ma, a parte le difficoltà che un’iniziativa di questo genere potrebbe trovare a Bruxelles – che pure oggi in questo senso è più disponibile di ieri – gli aiuti di stato per aumentare la diffusione della banda larga, ad un occhio disincantato, potrebbero sembrare un’idea balzana. Se gli italiani usano poco Internet e preferiscono parlare al cellulare, ha senso investire per spingerli in una direzione contraria alla loro natura?
Per rispondere occorre un inquadramento più ampio del nostro contesto economico:
- Goldman Sachs, una delle principali banche d’investimento al mondo, pochi giorni fa ha rilasciato una previsione: il petrolio, che ormai veleggia stabilmente sopra i 130$ al barile, potrebbe arrivare a 150-200$ se ci fosse una crisi nell’approvvigionamento. L’Italia è tra i paesi della UE con il più alto costo dell’energia;
- come effetto della globalizzazione, nel periodo 2000-2006 in volumi il commercio mondiale è aumentato mediamente più del doppio (+5,5%) rispetto alla produzione (+2,5%). In valore, dal 2000 al 2007 le esportazioni mondiali sono aumentate del 115% mentre per l’Italia del 104%, facendo perdere posizioni al nostro paese nella classifica dei 10 top exporter;
- secondo uno studio delle Nazioni Unite, nel 2030 circa 5 miliardi di persone vivranno in centri urbani (oggi sono circa 2,8 miliardi) con un forte aggravio nel congestionamento dei centri urbani e contraccolpi per il commercio internazionale.
L’Italia, bisogna ammetterlo, è strutturalmente “resistente” all’innovazione e al cambiamento ma, nonostante i suoi problemi strutturali, ha ancora una forte apertura al commercio estero. Se in uno scenario come quello tratteggiato (petrolio alle stelle, aumento della globalizzazione e congestione delle città) vorrà giocare un ruolo non secondario, non saranno le autostrade né la TAV che lo permetteranno. In futuro sarebbe meglio fare viaggiare i bit invece che gli atomi, il che significa oggi puntare sullo sviluppo delle NGN. Ma qui si torna al problema di prima: se ha senso sviluppare le NGN, chi può finanziarle se, si stima, costeranno da 10-15 miliardi di euro?
Attualmente gli investimenti si stanno orientando principalmente nei grandi centri urbani. Ma l’Italia è prevalentemente in provincia, sia le persone sia le imprese. Se si prendono le città con più di 200.000 abitanti, in Italia cumulano appena il 15% della popolazione, in Germania il 21%, in UK il 42% e in Francia il 48%. Quindi, coprire l’Italia in fibra potrebbe essere molto costoso, data la dispersione della popolazione sul territorio, e in larga parte inutile. Soprattutto perché, dati gli attuali bassi tassi di utilizzo della banda larga, ma anche dei computer, potrebbe essere in larga parte una copertura che non troverebbe domanda, anche se in USA il tasso di abbonamento nelle zone rurali è più alto che in città. Una soluzione, però, forse c’è e potrebbe salvare capra e cavoli. Se invece di puntare a sviluppare una “grande” e unica NGN concentrata prevalentemente nelle città, con grandi sforzi dello Stato e anche di Telecom Italia, si puntasse sulle cosiddette muni-fiber (reti in fibra di portata municipale), come stanno facendo in Svezia, Olanda e nelle campagne degli USA, lo scenario potrebbe essere molto diverso.
Piccole comunità di privati, imprese e/o pubbliche amministrazioni potrebbero avere tutto l’interesse di creare piccole reti di telecomunicazione in fibra. Ne avrebbero come vantaggio non solo una riduzione del digital divide, ma anche una riduzione dei costi: essendo co-proprietari in forma consortile o associata della propria rete, potrebbero ottenere tariffe più convenienti d quelle di mercato per servizi migliori. In questo modo, chi fosse davvero interessato ad avere la fibra investirebbe in prima persona per qualcosa che poi userebbe. La copertura del servizio in questo modo causerebbe molti meno investimenti improduttivi e sarebbe molto più rapida. Lo Stato comunque una parte la dovrebbe fare: fissare regole per rendere più semplice e spedita la stesura delle muni-fiber e contribuire ad incrementare la digitalizzazione dell’economia. Ma sarebbe un ruolo più proprio e, tutto sommato, più fattibile.
Francesco Pacifico 3476988754 0669924747 +239