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Le reti di telecomunicazioni: cosa massimizzare? E come? (aka, era più semplice quando c'erano solo gli Erlang)

Stefano Quintarelli

28 mag 2008

Il monopolio di stato e gli obblighi di servizio universale associati alle vecchie PATS offrivano ai Paesi certezze in termini di tariffe e diffusione del servizio.
Il passaggio dalla commutazione di circuito alla commutazione di pacchetto fa venire meno la possibilità di tariffazione per sessione tipica della telefonia; il passaggio da reti analogiche chiuse con servizi controllati dall'operatore a reti digitali aperte con servizi fuori dal perimetro dell'operatore porta ad una tariffazione del traffico indipendente dal tipo di servizio.
Con il passaggio del sistema delle telecomunicazioni alle reti IP si abbandona la "quasi-certezza per costruzione" caratteristica della vecchie PATS, per passare agli effetti totalmente statistici del best effort. Nelle reti digitali aperte i servizi sono fuori dal controllo dell'operatore; è passato il bel tempo, la " pax telefonica" in cui il livello di utilizzo di risorse era quantizzato, noto e ingegnerizzato.1
L'obbligo regolamentare pro-competitivo in capo all'operatore privato integrato verticalmente di praticare offerte all'ingrosso cost-plus ai propri concorrenti che operano al dettaglio porta ad una tariffazione forfettaria legata al costo dell'infrastruttura di accesso e non più funzione del suo utilizzo.
La competizione basata sulle infrastrutture ha incentivato la loro duplicazione in aree ricche;  in aree meno attraenti, i meccanismi di carrier selection erano sufficienti per offrire il vecchio servizio PATS (con utilizzo di risorse noto e ingegnerizzato), contribuendo a validare il modello dell'ULL, adatto per i servizi voce del passato ma non per i dati di oggi.
La riduzione dei costi dell'elettronica determina una migrazione dell'accesso verso il wireless, accesso che precedentemente avveniva mediante la rete fissa. Ciò contribuisce alla riduzione della rimuneratività della rete di accesso fissa.
Vi sono quindi alcuni punti fermi: un operatore privato dominante all'ingrosso che opera anche al dettaglio; obblighi di servizio universale per i vecchi servizi voce; incentivo a investire in duplicazione di infrastrutture nelle zone più remunerative; migrazione verso IP determinata dall'evoluzione dell'elettronica; fuoriuscita dei servizi dal perimetro dell'operatore; struttura del mercato che determina tariffe forfetarie legate alla struttura dell'accesso;  tensione nella remunerabilità della rete fissa causata dal wireless.
Come si vede, riflessioni e modelli di mercato costruiti sulla base di ipotesi nette, con contorni largamente deterministici o ingegnerizzabili (l'unico elemento di probabilità era, di fatto, l'Erlang) si trovano da una parte a convivere e da un'altra ad affrontare uno scenario totalmente differente, dai contorni sfumati e dalle caratteristiche largamente probabilistiche.
Importanti parametri del sistema non sono più predeterminabili ma al massimo, in qualche misura, solo ipotizzabili. Stiamo entrando sempre più velocemente in uno scenario largamente e radicalmente differente da quello che abbiamo conosciuto per più di un secolo. Un vero e proprio cambiamento di sesso.
In un articolo del marzo 2007 scrivevo di una ipotetica azienda Waternet che acquistava dal monopolista Aquitalia accessi all'acquedotto a costi forfettari e, avendo inventato una fantascientifica tecnologia per la trasmissione wireless dell'acqua, determinava un crollo degli abbonamenti degli utenti ad Aquitalia, a proprio vantaggio.
Siamo in presenza della classica struttura della Tragedy of the commons, nel senso di Hardin: il beneficio marginale per un utilizzo intensivo di risorse da parte di chi lo effettua è 1, mentre il corrispondente costo marginale è 1/N dove N è la numerosità della popolazione. Sia nel passaggio da rete fissa al wireless che nel ricorso a forme di sfruttamento intensivo della rete fissa (forte overbooking, utilizzo di prodotti wholesale sostitutivi, ULL in zone dense, ecc.)
Non a livello sistemico, ma certamente a livello specifico, si va verso una  sorta di malattia del secondo motoneurone; verso la "insostenibilità dello stadio di linea", a meno di non intervenire e cambiare le regole del gioco.
A questo punto, cosa massimizzare? Il risparmio per gli utenti (quali, dove)? L'ammodernamento tecnologico del sistema? La qualità complessiva del servizio? La concorrenza? La distribuzione del servizio? L'occupazione?
Faccio fatica a interpretare la rete semplicemente come un prodotto o un servizio; la vedo di più come strumento abilitatore di sviluppo economico; se considerata in quest'ottica la spesa non è un costo ma un investimento e un risparmio degli utenti, a scapito di altri parametri, non dovrebbe essere a mio avviso una priorità.
Dal 1978 ad oggi il CAGR del throughput di accesso in Italia è stato del 54% all'anno. Una crescita esponenziale che risulta dall'inviluppo di curve ad esse (come ripete Kurzweil) consentite da due passaggi tecnologici sulla rete in rame: la modulazione in linea sulla PSTN con i modem tradizionali e  successivamente la modulazione xDSL.
Per poter proseguire nel percorso è necessario avviare un'altra transizione di tecnologia passando alla fibra. Tra l'altro questo passaggio di ammodernamento tecnologico contribuirebbe a migliorare l'affidabilità complessiva.
La qualità di servizio complessiva, intesa comprendere il rapporto con i clienti finali (billing e customer care) grazie alla riduzione dei costi dell'elettronica, alla standardizzazione ed all'interoperabilità, si sta avviando sempre più al modello do-it-yourself di molte industrie low-cost.   Prenderne atto potrebbe limitare lo spreco di risorse e richiedere nel contempo policy a supporto dell'inclusione degli utenti.

La concorrenza nei servizi è un bene irrinunciabile e da incentivare. Gli investimenti in servizi sono modesti in relazione agli investimenti infrastrutturali e i loro tempi di ritorno possono essere molto rapidi. Nel medio periodo non giova imporre barriere regolamentari né dazi a servizi stranieri che entrano nel nostro Paese (siano essi economici con tariffe discriminatorie che tecnologici sotto forma di manipolazione del traffico).
Il "protezionismo digitale" ci escluderebbe dallo sfruttamento dell'innovazione e limiterebbe le nostre possibilità industriali; un danno per il Paese ed un vantaggio per pochi soggetti. La competizione è globale, quindi difficile, ma con ritorni molto remunerativi per chi riesce.
Un'alternativa potrebbe essere un’infrastruttura di rete unica, diffusa su scala nazionale, con livelli qualitativi omogenei (come una rete in fibra consente), basata su infrastrutture civili afferenti a molteplici proprietari, operante solo all'ingrosso, un incentivo alla concorrenza che si sviluppi sul mercato dell'accesso e dei servizi. Questo scenario "One Network" mi sembra una strada auspicabile.
One Network esporrebbe all'ingrosso prezzi congrui con un piano di ammodernamento concordato con il Governo e, mediante la sua realizzazione, contribuirebbe a gestire un softlanding occupazionale.
Il conferimento da parte delle pubbliche amministrazioni di infrastrutture edili, di diritti d'uso e di passaggio consentirebbe di valorizzare un patrimonio altrimenti inespresso e, congiuntamente a norme che minimizzino gli oneri realizzativi (buracrazia, usufrutti, vincoli di servizio, ecc.) e ne massimizzino l'efficienza, potrebbero dare un impulso decisivo a superare l'impasse più volte denunciato dal Presidente Calabrò.
Contribuirebbe all'ammodernamento del Paese e ad aiutarci a conquistare un po' di crescita economica che, come ricorda il Commissario Reding, per oltre il 50% in Europa è determinato dall'ICT.


1 Come ha dimostrato l'episodio recente dell'iPlayer BBC in UK.

Stefano Quintarelli - 06 giu 2008
come dice Bernabè, con una concertazine con parti sociali, autorita', governo e anche concorrenti. La proprieta' resti sua, ma non esclusiva. Tanto cio' che importa di piu' e' consolidare..


Roberto Galimberti - 31 mag 2008
Molto bella l'analisi di cosa è successo. Date un occhio anche a cosa scrive Ian Livingston nuovo AD di British Telecom (Il Mondo n.23, 6.6.2008): oggi BT ricava solo l1% dai servizi voce su rete fissa. Ma BT ha Open Reach e soprattutto Global Services (che vale il 40% del fatturato) su VAS e estero. E ha già sistemato il problema con il resto del paese. Quintarelli auspica per l'Italia una "One Network" con un supporto anche da parte di pubbliche amministrazioni. Auspicio molto logico. Una domanda però: come si fa a passare dalla situazione attuale (con la rete in mano a TI) e l'auspicata "One Network"?


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