Numerosi osservatori hanno lanciato l’allarme sul ritardo dell’Europa, e dell’Italia in particolare, nello sviluppo delle Next Generation Networks (NGN) rispetto sia agli Stati Uniti che ai paesi asiatici (si veda l’intervento di Maurizio Decina su queste pagine del 2-4). Come corollario, è stata evidenziata da alcuni la necessità che le istituzioni pubbliche, nazionali e locali, si facciano carico di un ruolo proattivo in questo campo, contribuendo a realizzare infrastrutture di rete di accesso a larga banda o comunque finanziandone massicciamente la realizzazione (si vedano ad es. i contributi di Francesco Vatalaro del 5-4 e di Francesco Sacco e Mauro Fasano del 16-5 e del 28-5 su queste pagine).
Le argomentazioni a sostegno di questa tesi possono essere così brevemente riassunte. 1) Le NGN comportano costi di investimento molto elevati ed irrecuperabili. 2) I benefici sociali delle NGN sono estremamente elevati e, ciò che più conta, sono largamente superiori ai benefici privati che potrebbero essere catturati dagli operatori che decidessero di realizzare tali infrastrutture. A nostro avviso, tali argomentazioni presentano due debolezze. In primo luogo, se i dati relativi ai costi di investimento sono affidabili (da 400 a 800 Euro per abitazione, a secondo della soluzione tecnologica prescelta), i dati sui benefici, generalmente basati su stime macroeconomiche, appaiono molto più aleatori. Inoltre, le analisi di cui sopra fanno leva su un ragionamento tipico delle teorie “technology-push”. La realizzazione di una infrastruttura di accesso avanzata stimolerà l’offerta di servizi a valore aggiunto in grado di generare un incremento sia del benessere dei consumatori privati che della produttività delle imprese e delle amministrazioni pubbliche. Di conseguenza, decollerà una domanda sostenuta da parte di tali soggetti che giustificherà economicamente lo sviluppo dei suddetti servizi e della sottostante infrastruttura. A questo riguardo, occorre sottolineare che se la domanda per i servizi che richiedono un accesso a larga banda non si materializzasse, i benefici sociali e privati generati dalle NGN rimarrebbero largamente al di sotto dei valori oggi stimati. Tale scenario appare, se non probabile, quantomeno possibile, come l’esperienza delle reti UMTS insegna.
E’ dunque utile adottare una prospettiva “demand pull” e chiedersi sotto quali condizioni potrà emergere una domanda sostenuta di servizi a larga banda che giustifichi, in termini di benessere collettivo, gli investimenti nelle NGN e il ruolo proattivo dei poteri pubblici in questo settore. Purtroppo, studi microeconomici di larga scala in grado di fornire risposte affidabili a tale interrogativo sono rari. In particolare, in queste note desideriamo soffermarci sulla domanda generata dalle imprese. In Italia, come ben noto, il sistema produttivo è in larga parte composto da imprese medie e piccole (PMI). Quali sono i vincoli che limitano la domanda di applicazioni a larga banda da parte delle PMI nazionali, e quindi la domanda derivata di connettività veloce? Che cosa si può fare per rimuovere tali vincoli? E quale ruolo può giocare lo Stato? Nel cercare di dare una risposta a tali questioni, va sottolineato ancora una volta che l’accesso a larga banda è una tecnologia abilitante; essa può avere effetti positivi importanti sulla produttività delle imprese solo qualora si accompagni all’utilizzo massiccio di applicativi specifici quali la video conferenza, la telesorveglianza o le applicazioni di customer relationship management che appunto richiedono una connettività veloce. Tuttavia, per utilizzare in maniera appropriata tali applicazioni le PMI devono reingegnerizzazione i processi, l’organizzazione e la strategia aziendale; se le PMI non hanno le competenze per farlo, l’incremento di produttività potenzialmente associato alle NGN resta sulla carta. Ne deriva che la mancanza di capitale “organizzativo”, ovvero l’eventuale incapacità del management di modificare gli assetti organizzativi dell’azienda nella maniera più consona a sfruttare le nuove tecnologie di comunicazione, e la scarsità di capitale umano qualificato sia all’interno dell’azienda che nel territorio in cui essa opera sono importanti fattori di rallentamento nella diffusione di tali applicazioni.
Un’analisi empirica microanalitica (si veda la bibliografia per maggiori ragguagli) condotta dagli autori del presente articolo su un campione stratificato e rappresentativo di PMI italiane costituito da 904 aziende, è andata a investigare sia le determinanti dell’adozione da parte di tali imprese della connettività ad alta velocità, sia i fattori (dis)abilitanti l’utilizzo di applicazioni broadband. Nel periodo in osservazione (1998-2005) la penetrazione delle tecnologie broadband è notevolmente aumentata fra le PMI italiane. Per ciò che concerne l’accesso a banda larga (ovvero una connessione wired con velocità superiore o uguale a 256 kbs in upstream), il tasso di diffusione che si attestava al 4.8% nel 1999 è cresciuto fino al 66.5% nel 2005; per quel che riguarda il numero di applicazioni broadband adottate da imprese che si sono in precedenza dotate di un accesso a larga banda, si è passati da una media di 0.3 applicazioni per impresa nel 1999 a 5.8 applicazioni nel 2005. Passando all’analisi delle determinanti della velocità d’adozione da parte delle PMI, i risultati offrono un chiaro supporto alle argomentazioni sopra esposte. Da un lato, le determinanti principali dell’adozione dell’accesso a larga banda sono riconducibili alla dimensione delle imprese e ad altre caratteristiche che ne approssimano il “bisogno di comunicare” (l’eventuale appartenenza ad un gruppo industriale ed il configurarsi come impresa multi-impianto). Scarsa rilevanza appaiono esercitare altre caratteristiche firm-specific nonché fattori localizzativi, a parte (ovviamente) le condizioni della rete infrastrutturale nell’area di interesse. Dall’altro lato, la stima di diversi modelli econometrici suggerisce che tra le cause principali del limitato utilizzo di applicazioni broadband da parte delle imprese che hanno adottato un accesso a larga banda vanno annoverati: (a) un deficit di capitale umano, dato sia dalle carenze di competenze qualificate all’interno dell’impresa (approssimate in questo caso da una bassa produttività) che dalle difficoltà di reperimento di personale giovane e dall’elevato livello di istruzione nel territorio in cui l’impresa è localizzata; e (b) un gap di capitale “organizzativo”, dato dalla difficoltà di PMI più mature, spesso caratterizzate da strutture organizzative più ingessate e da routines aziendali maggiormente consolidate, a cambiare organizzazione e strategia per sfruttare appieno il potenziale di produttività delle applicazioni broadband.
Concludendo, una politica industriale efficiente di sostegno alla diffusione delle NGN in Italia non può trascurare i fattori di debolezza delle PMI che ne limitano la domanda di applicazioni broadband, e di conseguenza limitano anche il potenziale incremento di produttività generato dalla disponibilità di connettività veloce. In questa prospettiva, le istituzioni pubbliche hanno un ruolo fondamentale, anche se più complesso e meno appariscente del sostegno diretto alla realizzazione delle NGN. In particolare, misure “di sistema” che puntino alla (ri)qualificazione della forza lavoro ed al sostegno dell’occupazione di personale ad elevato capitale umano da parte delle PMI sono indispensabili affinché tali imprese possano fare delle NGN un fattore di successo.
Bibliografia
Colombo, M.G., Grilli, L., Verga, C., (2008). “Broadband Access and Broadband-based Applications: an Empirical Study of the Determinants of Adoption among Italian SMEs”, in Handbook of Research on Global Diffusion of Broadband Data Transmission, a cura di Dwivedi Y.K., Papazafeiropoulou, A., e Choudrie, J., IGI Global, pp. 466-480 .