1 - DPF e sviluppo economico
Con gli interventi per lo sviluppo economico (DL 112/2008) ed in particolare quelli relativi alla banda larga (si veda l’articolo 2 che definisce, di fatto, un fast track per l’installazione delle reti), sembra che “la politica” si voglia appropriare del tema degli investimenti nella NGN, sposando senza mezzi termini la tesi che ogni euro investito nella NGN genera n euro di sviluppo economico, dove n non è un numero certo ma –a sentire i giapponesi- non è lontano da 30.
Una notizia certamente buona per il Paese, si dirà. E’ però legittimo chiedersi se, e a quali condizioni, essa possa essere buona anche per il settore e per la concorrenza nel settore. Una domanda che non è retorica, giacchè è inconfutabile:
- che lo Stato non potrà, per varie e note ragioni, mettere più che un chip sul tavolo degli investimenti;
- che le imprese attuano gli investimenti, di qualsiasi tipo essi siano, in base a valutazioni economiche finanziarie che rispondono alla fredda logica dei numeri, pena il rischio di far saltare il vincolo di bilancio;
- che al momento, per unanime convincimento degli operatori, è più che sufficiente l’offerta di tecnologia/capacità esistente;
- che proprio per questo tipo di investimenti la grande prudenza manifestata sia da Telecom Italia che dagli OLO sull’entità dei finanziamenti disponibili è, per così dire, self explanatory;
- che Politica ed Istituzioni stanno facendo, e probabilmente sempre più faranno nel prossimo futuro, un forte sforzo di moral suasion sugli operatori di TLC.
2 - Chi fa cosa?
Politica ed Istituzioni ritengono che la rete di nuova generazione sia una priorità del Paese, e che in quanto tale il deployment degli investimenti debba essere il più rapido possibile. Implicito in questo atteggiamento il convincimento –opinabilissimo, ma tant’è- che Telecom Italia possa essere “forzata” ad investire, e che pure gli OLO, se vogliono avere qualche speranza di non veder compromesso un contesto concorrenziale che già vede l’Italia in fondo al gruppo dei Paesi europei, debbano in qualche modo partecipare. Insomma, non avendo risorse finanziarie disponibili e non potendo comunque fornire aiuti di Stato, Politica ed Istituzioni paiono tornare a logiche già ampiamente dibattute, e criticate, negli anni 80 e successivi.
3 – Investimenti
Ma chi ha investito di più negli ultimi anni? Se in termini assoluti Telecom Italia è in cima alla graduatoria italiana, in termini relativi non è così. Basta scorrere i bilanci delle imprese concorrenti, fisse e mobili, per accorgersi che data la legacy della rete di Telecom Italia- i maggiori rapporti fra investimenti in infrastrutture e fatturati sono ottenuti dalla concorrenza.
4 – Il ballo della concorrenza
Il buon senso ci dice che, nell’ipotesi di fast deployment, sarà Telecom Italia a guidare le danze, e/o a ballare da sola. Ma Telecom Italia, come è evidente dal piano di investimenti comunicato a marzo, non è per nulla contenta di ballare un rock and roll; preferirebbe un lento. Per muoversi più in fretta vorrebbe la pista da ballo libera, ed in un certo senso è più che comprensibile: il ritorno economico su quegli investimenti è probabilmente compatibile solamente con un contesto di prezzi e quote di mercato non molto coerente con le recenti tendenze. E non dimentichiamo che Telecom Italia, un fatto che Politica ed Istituzioni fingono di ignorare anche se lo conoscono perfettamente, deve in primo luogo rispondere ai mercati, che mal digerirebbero –uso un understatement eroico- investimenti il cui tasso di rendimento atteso sia insoddisfacente.
D’altro canto i concorrenti non hanno certo la forza per creare reti alternative, tanto meno NGN, a quella di Telecom Italia; domandano la garanzia di condizioni non discriminatorie, e sottolineano che una vera separazione funzionale è la misura minima da prendere: vedremo se il Parlamento Europeo approverà definitivamente quanto appena approvato in proposito dalla propria Commissione ITRE. E a fronte della richiesta di Politica ed Istituzioni di entrare direttamente negli investimenti futuri mantengono una posizione estremamente cauta, probabilmente non convinti di uno scenario di “coopetition” (concorrenza e cooperazione) in cui i rapporti di forza sono davvero squilibrati. Un passo avanti potrebbe essere dato dallo sviluppo futuro delle relazioni fra Telecom Italia e Fastweb, di cui si è letto qualcosa in questi giorni; ma pare presto per esprimere giudizi.
Pay or play?
Del pay or play si era parlato molti anni addietro, in tema di servizio universale. Ma, a ben vedere, è la medesima alternativa che viene posta oggi, con la non indifferente differenza che Politica ed Istituzioni paiono decise a forzare i tempi dell’opzione pay; mentre gli operatori in un contesto di mercato difficile, con budget in bilico e strategia principale la compressione delle opex e delle capex, vedono negli investimenti a lungo periodo di recupero solamente una compressione dei cash-flow. Tanto per fare un esempio, se ci si mette in un’ottica di lungo termine un investimento di 10 miliardi di euro attuato in quattro anni (quindi 2,5 miliardi all’anno) con vita economica di 20 anni, per essere conveniente chiede, con un costo del capitale del 7%, la generazione di un reddito netto aggiuntivo di circa 950 milioni di euro all’anno, ovvero un fatturato aggiuntivo stimabile in circa 4 o 5 miliardi di euro all’anno. Valori che scendono se, come pare ragionevole attendersi, grazie alla NGN i costi netti annui di manutenzione potranno diminuire sensibilmente.D’altronde, al momento per investire gli stessi operatori chiedono condizioni reciprocamente incompatibili:
- Telecom Italia vuole grande libertà sul mercato, e spinge per un innalzamento dei prezzi dell’ULL; il che significa, estremizzando, che vuole finanziare con politiche aggressive retail e con il quasi monopolio dell’accesso il futuro quasi monopolio dell’NGN;
- i concorrenti di Telecom Italia vogliono garanzie di parità di trattamento.
Dunque, stante l’attuale rapporto di forza, il rischio peggiore è, a mio parere, che si determini una situazione di “pay and be free” per Telecom Italia, e “play and shrink” per gli OLO. Come evitarlo? Non dimentichiamo che questa eventuale situazione deriverebbe da una –pur legittima- esigenza politica/economica di vedere il Paese adeguatamente e velocemente infrastrutturato e quindi più competitivo ed efficiente.
Uscire dallo stallo
Soluzioni al momento non sono ancora state individuate; e quelle di cui si parla (vedi maggior costo/prezzo dell’ULL) rischiano di scaricare sui già traballanti equilibri concorrenziali del settore i vantaggi per il sistema. Se proprio il Paese ritiene di volere la NGN “subito”, alcune strade potrebbero, forse, sin d’ora essere esplorate:
- creare un fondo alimentato da un “sovrapprezzo” (quindi, nessuna limatura di margini alle imprese) sul fatturato degli operatori di TLC; nessun cliente patirebbe in particolar modo una bolletta incrementata (a prescindere dalle dinamiche dei prezzi) di 1 o 2 punti percentuali, mentre l’entità assoluta sarebbe piuttosto rilevante. Sui meccanismi di funzionamento del fondo è tutto da valutare, salvo tener ben presente che la prima esigenza sarebbe quella della semplicità/trasparenza;
- sgravi fiscali sugli investimenti in NGN; ad esempio, se attraverso la leva fiscale il costo del capitale fosse ridotto di due punti (nel caso citato sopra, da un ipotetico 7% ad un ipotetico 5%), il reddito “di equilibrio” necessario a ripagare l’investimento scenderebbe da 950 ad 800 milioni/anno circa (ancora, prima del beneficio netto sui costi di manutenzione): e non è poco;
- studiare un qualche meccanismo di “ritorno” in base al quale le efficienze ed i risparmi di costo di cui godranno la pubblica amministrazione ed il sistema Paese vengano, dopo essere stati verificati a consuntivo, in parte riportati a copertura degli investimenti; ad esempio, se si dovesse verificare che grazie a 100 euro investiti nella NGN il sistema sanitario risparmia effettivamente 10 euro all’anno, si potrebbe pensare che per un limitato numero di anni una quota di tali economie torni–sotto forma di addizionale prezzo- agli operatori di TLC.
Indiscutibilmente rimane aperto un problema enorme, ovvero quello della neutralità concorrenziale nell’eventuale adozione di tali strumenti; tutto da inventare, anche se è chiarissimo che un ragionamento come questo ha per presupposti i principi della non discriminazione, della replicabilità, dell’equality.