Nessuno oggi discute il ruolo dell’ICT per promuovere l’innovazione, né lo stretto legame che esiste tra innovazione e produttività. D’altra parte la mutazione del paradigma di Internet dal vecchio Web 1.0, quello della consultazione di informazioni in rete, all’odierno Web 2.0 della diffusione capillare delle cosiddette “social networks” e, tra poco, al Web 3.0 della pervasività degli accessi fissi e mobili e della piena integrazione del mondo fisico e dei mondi virtuali è destinata ad incidere fortemente su tutte le filiere produttive. L’ammodernamento delle reti di accesso a sistemi e servizi di TLC per seguire l’evoluzione di Internet è dunque questione centrale per lo sviluppo economico del Paese.
Ritardo nella banda larga e crisi dei gestori dominanti
Mentre il mondo cambia, l’Italia vive un problema di arretratezza, quello della diffusione della banda larga. Stante la vocazione dell’Italia di mantenersi nel gruppo di testa dei paesi europei è significativo il raffronto con i cosiddetti “EU Big Five” più che con le consuete medie EU-15 e EU-25. Secondo dati Ocse (http://www.oecd.org/sti/ict/broadband) nel 2006 la percentuale delle famiglie dotate di accesso a banda larga – DSL o fibra ottica – era il 16,2 in Italia contro il 29,3 della Spagna, il 30,3 della Francia, il 33,5 della Germania e il 43,9 del Regno Unito.
Un rapporto della Commissione europea (http://ec.europa.eu/information_society/policy/ecomm/) pubblicato da poco (19/03/2008) non solo indica che tra i cinque grandi della Ue l’Italia ha oggi il valore più modesto di penetrazione – numero di clienti della banda larga per cento abitanti – (ossia il 17,1%) ma presenta anche il più basso tasso di crescita annuale (2,7%). Il confronto con la penetrazione media negli altri quattro grandi Paesi, poi, evidenzia un progressivo ritardo dell’Italia (lo scostamento era 2,55% ad inizio 2006, è divenuto 4,35% nel gennaio 2007 ed è stato valutato pari a 5,7% a gennaio scorso): pertanto il divario, almeno nel breve termine, sembra essere destinato a crescere in assenza di provvedimenti tempestivi, mirati ed efficaci.
D’altra parte numerosi Paesi europei vivono la crisi dei gestori dominanti causata da incertezze di prospettive industriali e dal forte gravame del debito accumulato nel trascorso decennio e, come è noto, Telecom Italia non fa eccezione. A causa di entrambi questi fattori si manifesta una progressiva sfiducia dei mercati: alto indebitamento, insufficiente capitalizzazione, incertezza del quadro regolamentare, defocalizzazione dei piani industriali, sono tutti elementi che concorrono a generare sfiducia e a disincentivare gli investimenti.
Chi potrà, in questo quadro, accollarsi gli ingenti oneri connessi all’ammodernamento della rete d’accesso?
L’investitore privato necessita di prospettive di crescita quanto meno a medio termine (5 anni) che consentano di pianificare il ritorno dell’investimento. Molti Stati, d’altra parte, hanno da tempo imboccato il percorso della privatizzazione delle reti e della liberalizzazione dei servizi, demandando ad Autorità indipendenti di stabilire le regole e di controllarne il rispetto. Ciò viene ritenuto generalmente in conflitto con l’intervento diretto dello Stato in questo settore.
Un nuovo ruolo dello Stato nelle TLC
Come ha scritto in modo esplicito e chiaro un anno fa su Financial Times il guru americano delle TLC, Eli Noam (“Public Telecoms 2.0: The Return of the State”): «è venuto il tempo di aprire un nuovo dibattito sul ruolo dello Stato nella prossima generazione delle comunicazioni elettroniche. (…) Ciò che sembra emergere ora è un sistema di comunicazioni con un network provider centrale circondato da più piccoli gestori di infrastrutture e servizi. Il gestore centrale, in virtù della sua dimensione e importanza, sarà trattato sempre più come una forma di utility.» ; una visione di intervento dello Stato forse in Europa non praticabile in forma estrema, ma che sarebbe bene considerare senza preclusioni ideologiche.
Occorre prendere piena consapevolezza che la rete di accesso a banda larga è un’infrastruttura fondamentale non replicabile, sia per il suo alto costo (in Italia valutato tra 10 e 15 mld di euro), che per l’ovvia impossibilità di richiedere al cliente finale di consentire l’accesso fisico alla propria abitazione da parte di più gestori per il solo scopo di facilitare forme di competizione infrastrutturale: anzi, le opere civili richieste per implementare le reti di accesso alle proprietà individuali e condominiali esistenti vengono spesso comunque osteggiate e sono di difficile realizzazione.
Se il ciclo delle TLC non fosse oggi ben attestato nella fase della privatizzazione, nessuno discuterebbe il ruolo dello Stato nell’allestimento di una grande opera di interesse pubblico quale è la rete d’accesso a banda larga di futura generazione (NGAN). Per caso, qualcuno dubita di questo ruolo per le grandi arterie viarie, per le reti di trasporto ferroviario, per i lavori di urbanizzazione, per gli ospedali? Ma anche la NGAN è una grande infrastruttura civile: si stima, infatti, che le opere civili ad essa connesse richiedano fino all’80% degli investimenti. Tali opere andrebbero scorporate dallo sviluppo degli impianti di telecomunicazioni e gestite secondo le stesse logiche usate per i grandi appalti nazionali. Ciò comporterebbe numerosi vantaggi:
- L’investimento per opere civili di 8-12 mld di euro sull’arco di un quinquennio (una legislatura) potrebbe fare ricorso, se associato ad un convincente piano di business a medio-lungo termine, ad una significativa leva finanziaria con residuo onere diretto a carico dello Stato che possiamo stimare in circa 500 milioni di euro per anno, l’equivalente di soli 20 km di autostrada.
- La proprietà condivisa Stato-Comuni dell’infrastruttura nel sottosuolo potrebbe essere messa a gara tra i gestori interessati, non solo l’incumbent ma anche altri operatori in forma individuale o consorziata; tra le varie opzioni praticabili, potrebbe risultare preferibile l’affitto a lungo termine, secondo un approccio simile alle concessioni dello spettro radio o alle forme di affitto a privati del sottosuolo per 99 anni (autorimesse sotterranee, fondamenta di edifici su suolo comunale, etc.).
- Una rete infrastrutturale di condotti per NGAN dovrebbe attestarsi da un lato alle centrali d’utente (Stadi di Linea) di Telecom Italia, oggi già in grande maggioranza connesse alla rete di trasporto mediante fibra ottica, e dall’altro al marciapiede, lasciando aperte alle scelte degli operatori di TLC tutte le opzioni impiantistiche (FTTC, FTTB, FTTH); le opere civili residuali di adattamento al progetto esecutivo rimarrebbero a carico del gestore affidatario.
- L’infrastruttura di condotti potrebbe essere messa a disposizione degli operatori di TLC a lotti, ossia in modo non dissimile da quanto già fatto con la gara per l’assegnazione delle licenze WiMAX. Le grandi aree urbane potrebbero essere suddivise in quartieri da accorpare in lotti bilanciati con città più piccole e con zone suburbane e rurali di minore interesse commerciale. Bilanciando il valore dei lotti e stabilendo una regolamentazione di gara atta a favorire la copertura del servizio in tutte le zone del Paese si promuoverebbe uno sviluppo armonico della rete a banda larga non soltanto nelle aree metropolitane di maggior pregio, mitigando così i rischi di “digital divide”.
- L’organizzazione in lotti bilanciati della rete di condotti avrebbe anche un importante vantaggio pro-competitivo. La NGAN non risulterebbe a disposizione del solo incumbent e ciò consentirebbe all’Autorità di regolamentazione una più agevole sorveglianza su prezzi e qualità di servizio. Certo, non si avrebbe una “competizione infrastrutturale”, di per sé non praticabile nel caso in questione, ma ne deriverebbero quanto meno innegabili vantaggi di maggiore trasparenza nell’erogazione del servizio di accesso da parte di più soggetti.
Oggi, con le severe condizioni al contorno del problema dello sviluppo della banda larga in Italia, una via quanto meno da studiare è rappresentata da un forte e convinto impegno dello Stato nella realizzazione della nuova infrastruttura fisica per la banda larga, in forme consentite dalle regole Comunitarie. Un approccio quale quello qui soltanto delineato richiederebbe un limitato impegno finanziario pubblico, ritorni potenzialmente interessanti per gli investitori, condivisione del rischio tra numerosi attori finanziari e industriali, promozione della competizione sui servizi, oltre al rilancio del comparto TLC e agli innegabili vantaggi per i cittadini e per le imprese.