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E’ possibile rilanciare (rifondare) l’industria delle ICT in Italia?

Giorgio De Michelis

12 mag 2008

Una situazione disastrosa

Il mercato delle ICT in Italia è in crisi da tempo. I dati che ogni anno Giancarlo  Capitani ci propone (gli ultimi li ha anticipati proprio qui su la-rete.net il 21 aprile scorso) ci dicono di un settore che non cresce come negli altri paesi industrializzati ed emergenti Alle spiegazioni che già Capitani dà di questo perdurante ritardo vorrei aggiungere un ragionamento più focalizzato sulla qualità dei prodotti e servizi che caratterizzano le ICT in Italia. I sistemi informativi delle imprese Italiane si adeguano, con ritardi cospicui, a quelli già adottati dalle imprese di altri paesi: anche in Italia gli ERP più venduti stanno diffondendosi ovunque chiudendo anche quegli spazi marginali in cui avevano trovato quote limitate di mercato sistemi costruiti in Italia. Così si è giunti oggi alla situazione che la stra-grande maggioranza dei sistemi adottati dalle imprese Italiane sono sviluppati altrove. Su di essi non si fa alcuna progettazione ma al più qualche aggiustamento: essi sono delle vere e proprie commodities. Insomma, l’industria informatica Italiana ormai fornisce sopratutto servizi a basso valore aggiunto e continua a calare il numero delle persone capaci di progettare e sviluppare software. 

Un handicap sempre più gravoso per l’intera società

Un paese che sta nel G8 non può essere sul terreno delle ICT in così grave ritardo, perché esso è ancor oggi uno dei settori in cui si sviluppano più posti di lavoro ad alta qualificazione, perché è quello in cui i tassi di crescita sono più elevati, perché i ritardi sul terreno delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione creano una dipendenza  dall’estero incompatibile con una reale autonomia politica. Essere gli ultimi nelle ICT vuol dire, ad esempio, esserlo anche nel processo che dovrebbe portare l’Europa a diventare entro il 2010 "l'economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale.", come ha affermato nel 2000 il Consiglio Europeo riunito a Lisbona.
Ed anche se Giancarlo Capitani ci dice che il mercato delle famiglie è più dinamico di quello delle imprese e delle istituzioni, è evidente che tale dinamismo da solo non potrà portare la nostra società sulla frontiera avanzata delle esperienze sociali che sanno farsi forti delle potenzialità aperte dalla ICT: questo richiederebbe infatti una industria capace di progettare e sperimentare sistemi di social computing che vanno oltre la messa in condivisione di files, integrandosi armoniosamente con il tessuto sociale delle nostre città.
Ancor più grave è l’handicap che pesa sulla Pubblica Amministrazione in cui è sncora prevalente una cultura giuridica che non capisce appieno la rilevanza che hanno le questioni organizzative (e tra di esse vanno annoverate anche i processi amministrativi e di servizio e il supporto che esse ricevono dalle ICT) nei processi di riforma. Un’industria ICT arretrata non può che peggiorare le cose riducendo le applicazioni delle ICT sul terreno dell’efficientizzazione dei processi esistenti, mentre molte delle riforme di cui la nostra Pubblica Amministrazione ha bisogno (dal federalismo alla riforma del Welfare) sono impossibili senza un uso intelligente e creativo delle ICT.
Infine, prendiamo quelle poche migliaia d’imprese medio-grandi che, lo confermano tutte le analisi più serie, ci consentono oggi di far fronte alla globalizzazione senza soccombere, vediamo che proprio le ICT possono diventare per loro un handicap gravoso. Quelle imprese, che competono per la leadership (quando non sono leader) in segmenti di mercato più o meno grandi, sono fino ad oggi state capaci di dotarsi di tecnologie d’avanguardia per i loro prodotti e per i loro processi produttivi ma sono assai carenti sul terreno dei sistemi informativi con cui supportano i loro processi organizzativi. E questo si traduce in un loro ritardo sempre più marcato sul terreno della produttività, della flessibilità operativa, dell’efficienza distributiva.

Made in Italy e ICT

La giustapposizione fatta più sopra di ICT e Made in Italy non ci dice solo che il ritardo nelle ICT può avere effetti negativi sulla nostra economia, ma ci suggerisce anche una via lungo la quale potremmo, forse, superare il gap che ci penalizza. Il Made in Italy infatti è il settore forte della nostra economia, quello in cui abbiamo sviluppato un modello di impresa di successo: forse può essere usato come esempio per ritornare ad occuparci di ICT con un approccio nuovo. E’ a questo che sono dedicate le prossime righe.

Le ICT per il Made in Italy

C’è spazio infatti per una industria di servizi tecnologici innovativa e competitiva, che si qualifichi come partner del Made in Italy. Se le nostre migliori imprese possono essere caratterizzate per la loro innovatività a 360 gradi (prodotti e gamme, processi, canali di vendita, marchi, comunicazione) e per la loro crescita che in poche decine di anni le ha trasformate da micro-aziende a medie imprese operanti su scala globale, allora è giusto promuovere una nuova industria ICT che sia partner del Made in Italy nello sviluppo dei loro sistemi informativi. Questo doterebbe questa nuova industria di servizi ICT di piattaforme tecnologiche su cui sviluppare servizi informativi evolutivi, flessibili, personalizzabili, ecc, rafforzando nel contempo le imprese del Made in Italy L’essere partner del Made in Italy sarebbe così non solo un fattore distintivo dei servizi che esse erogano ma anche un certificato di qualità per questi ultimi. Collegando questo nuovo settore di industria di servizi ICT a quello già operante nelle tecnologie incorporate (embedded) nei prodotti e servizi del Made in Italy si creerebbe una nuova industria tecnologica con qualche chance di competere nel mercato internazionale.

Il Made in Italy nelle ICT

Nella partnership con il Made in Italy nascerebbe, infatti, un’industria ICT con i lineamenti del Made in Italy: da essa le nostre imprese ICT imparerebbero a sviluppare tecnologie che si rivolgono a specifici profili di utenza muovendo finalmente un mercato fermo all’anno zero in cui tutti i clienti sono soddisfatti da uno stesso tipo di prodotto/servizio.
Dalle stazioni di lavoro ai sistemi informativi, dai servizi di e-mail ai productivity tools, dai siti web ai sistemi di e-commerce, un’industria ICT orientata al Made in Italy potrebbe  sviluppare particolari profili di utenza una partnership ed una intimacy che si prolungano nel tempo. C’è un ampio spazio di mercato su questo terreno, per imprese coraggiose e davvero innovative.
Perché non pensare a sistemi di scrittura diversi per studenti, giornalisti, scienziati, impiegati manager, ecc.? Tutte le applicazioni delle tipiche suites di ufficio possono essere diversificate secondo questa logica.
Perché non pensare che diverse tipologie di persone potrebbero avere bisogno di workstation diverse? E’ questa la strada imboccata oltre venti anni fa dalla Apple con il Macintosh, creando una macchina smart che ancora oggi ha utenti fedeli e appassionati, anche se la sua spinta innovativa è ferma da tempo. E’ questa peraltro la strada su cui con alcuni amici coraggiosi mi sono mosso anch’io con il progetto di creare una workstation che va oltre la metafora del desk top, itsme, per quelle persone che credono che quello che fanno ha un valore (per maggiori informazioni: www.itsme.it).
Progetti di questo genere adottano nelle ICT un approccio squisitamente Made in Italy, in cui la ricerca tecnologica si sposa con il design per concepire prodotti con cui le persone sviluppano una relazione carica d’emozioni che evolve nel tempo e potrebbero rilanciare una presenza Italiana nell’high-tech sposando la nostra creatività con la tecnologia. Forse varrebbe la pena di provarci.

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