Augusto Preta
e Giuseppe Richeri
08 ott 2008

Nell’agenda dell’Unione Europea è previsto che tutti gli stati membri entro il 2012 adottino la televisione digitale terrestre in sostituzione di quella analogica attuale. Tra i molteplici effetti che questo cambiamento produrrà, ce n’è uno che riguarda le radio frequenze, una risorsa naturale suscettibile di applicazioni rilevanti tanto sul piano sociale che economico, sempre più richiesta e importante. Si tratta della risorsa principale su cui si basa un’ampia gamma di servizi di comunicazione elettronica che nell’Unione Europea generano complessivamente un fatturato annuo superiore a 250 miliardi di euro. Ma si tratta anche di una risorsa scarsa e sempre più necessaria per migliorare i servizi attuali e per crearne dei nuovi. Il passaggio al “tutto digitale” è ovunque molto atteso perché offre l’occasione di utilizzare in modo più efficiente le radiofrequenze attualmente occupate dalla televisione analogica terrestre. Con la stessa quantità di frequenze necessarie a trasmettere un canale televisivo in tecnica analogica si possono, infatti, trasmettere circa 6 canali televisivi digitali. Quindi sarà possibile trasmettere un maggior numero di canali occupando una minor quantità di frequenze. E’ per questa ragione che dal passaggio alla nuova tecnica di trasmissione ovunque ci si attende di ottenere un “dividendo digitale” costituito dalle frequenze liberate da destinare ad altri tipi di servizi di comunicazione elettronica in espansione o a servizi del tutto nuovi. La stima dell’Unione Europea é che mediamente in ciascun paese il dividendo digitale potrà essere dell’ordine di 100 MHz a cui si aggiungeranno altre frequenze, dette “spazi bianchi”, non occupate per semplificare la pianificazione su scala nazionale e sfruttabili per servizi di tipo locale. Ma il fatto che rende questa prospettiva ancor più attraente é che il dividendo digitale è costituito da frequenze “altissime” (Ultra High Frequency, UHF) che hanno due vantaggi: trasmettendo su queste frequenze si possono coprire aree geografiche di grandi dimensioni con un numero relativamente basso di impianti e i segnali possono attraversare bene i muri dei caseggiati. La prospettiva fin qui disegnata ha aperto vari problemi che in alcuni paesi sono già stati affrontati e superati mentre in altri, come l’Italia, devono ancora essere discussi a fondo con il coinvolgimento delle parti interessate. In sintesi si tratta di decidere a quali usi destinare le frequenze liberate, a chi attribuirne l’uso, a quali condizioni, quando e con quale scadenza. In generale l’obiettivo dovrebbe essere di garantire che il dividendo digitale sia usato per offrire il massimo beneficio ai cittadini e ai consumatori. Ma già a questo livello si può intuire la difficoltà di scegliere se privilegiare il valore sociale o quello economico dei servizi a cui destinare le frequenze in oggetto. Infatti, secondo stime dell’Unione Europea, a parità di frequenze utilizzate i servizi di telecomunicazione mediamente generano fatturati quattro volte superiori a quelli generati dai servizi radiotelevisivi. Un secondo problema di rilievo riguarda i servizi a cui destinare le frequenze, e le modalità con cui attribuirle a chi intende gestirli. S’intende decidere amministrativamente quali siano i servizi da privilegiare e quante frequenze destinare a ciascuno di essi o s’intende affidare al mercato tale decisione in modo che l’uso delle frequenze sia orientato dallo sviluppo della domanda, l’evoluzione delle tecnologie e dalla ricerca di nuovi servizi ? Le frequenze sono attribuite tramite asta al miglior offerente, sono date in concessione, sono oggetto di licenza o altro per un periodo predefinito, sono vendute e rivendibili?
La gamma dei servizi con cui si potrebbe sfruttare il dividendo digitale è ampia e la loro natura può essere anche molto diversa. Si va dalla larga banda ultra-veloce alla televisione ad alta definizione, dalla telefonia mobile alla televisione locale, dalle reti domestiche senza fili alla televisione mobile. Alcuni hanno invocato l’intervento dell’Unione Europea per definire criteri condivisi capaci di garantire coordinamento e omogeneità delle scelte, altri hanno già deciso senza preoccuparsi dei partner europei. Molti sono al lavoro, ma non sembra esserci ancora un punto di riferimento condiviso sulla strada migliore da seguire per definire le soluzioni più adatte nell’interesse dei cittadini, degli operatori e dell’intero paese.
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