A nessun paese europeo e all’ Italia in modo particolare è consentito discutere su una allocazione efficiente del dividendo digitale a partire da un prato verde.
La dipendenza dal percorso passato pone dei vincoli dei quali qualsiasi percorso futuro deve tenere conto. La storia sedimenta diritto, investimenti e aspettative.
Il diritto comunitario e quello nazionale sono talvolta contraddittori e spesso ambigui. Il rischio di impantanarsi in una disputa legale senza fine è concreto: nessuna Corte suprema nazionale od europea emanerà una sentenza definitiva in tempo utile.
C’è infatti un fattore tempo. Un uso più efficiente dello spettro è decisivo per consentire lo sviluppo sia di nuovi servizi televisivi, sia di servizi dati mobili. Le decisioni che influenzeranno i prossimi decenni saranno prese nei prossimi mesi, a partire da quell’evento catalizzante che è la fine delle trasmissioni televisive analogiche, che hanno sinora impegnato una porzione ampia e preziosa dello spettro .
La scadenza amministrativa del 2012, con un calendario di spegnimenti anticipati per aree grosso modo regionali, non è più contestata da nessuno. Il Piemonte occidentale, il Lazio, la Campania, la val d’Aosta, il Trentino e l’Alto Adige spegneranno il segnale analogico tra circa un anno e la pianificazione delle frequenze in queste aree dovrà essere decisa nell’arco dei prossimi pochi mesi.
Le principali decisioni relative all’uso dello spettro in Sardegna sono già state prese, in un tavolo in cui sedeva il Governo, l’AGCOM e tutte le imprese televisive.
L’accordo della Sardegna è fondato su una decisione tecnica e un principio negoziale, che possono essere applicati a tutte le aree del paese. La decisione tecnica è la scelta della trasmissione isofrequenza, che non tutti i paesi europei hanno adottato, ma che in Italia si è rilevata indispensabile. Grazie all’isofrequenza, che elimina la ridondanza, le imprese televisive hanno ottenuto la stessa capacità trasmissiva che sarebbe derivata dalla semplice conversione degli impianti analogici uno a uno, ma hanno restituito allo Stato circa un terzo dello spettro, sedici canali, quattordici dei quali, per consentire un coordinamento internazionale compatibile con gli accordi di Ginevra, non saranno più usati dai servizi televisivi, ma possono essere riutilizzati, a condizioni interferenziali da determinare, per altri servizi di telecomunicazione.
Dopo decenni di paralisi e di piani inapplicati, il faticoso accordo è il successo di un metodo negoziale che non pretende di fare tabula rasa della storia passata. Nessuno ha avuto interesse a far saltare il tavolo perché ciascuno, pur senza ottenere il risultato massimo che si era prefisso, viene a trovarsi in una situazione migliore rispetto allo status quo.
Rai, Mediaset e le locali consolidano una capacità trasmissiva sufficiente per qualsiasi progetto di sviluppo di sviluppo di nuovi canali e dell’alta definizione.
Per la prima volta le reti nazionali minori riducono lo svantaggio competitivo e ottengono una copertura analoga a quella di Rai e Mediaset. Dal punto di vista competitivo questo risultato, che migliora la situazione di chi ha già investito nel settore televisivo, è ancora più importante delle due reti che lo Stato potrà mettere a gara per nuovi entranti.
Restano da risolvere due problemi: l’estensione del metodo Sardegna alle altre regioni e lo spazio per i servizi non televisivi.
In alcune aree del paese le esigenze del coordinamento internazionale e la maggiore numerosità delle emittenti locali potrebbero non consentire di restituire alle imprese televisive la stessa capacità che occupano in analogico. In tutti i casi però la digitalizzazione isofrequenza consentirà un aumento dei servizi televisivi. Il metodo di un accordo negoziale, con parziale riequilibrio pro competitivo, adottato in Sardegna sotto la regia AGCOM è quindi applicabile ovunque.
Ben più rilevante è il problema dello spazio per i servizi non televisivi wireless. Ginevra 2007 ha deliberato che i canali da 62 a 69 nella banda UHF possono essere utilizzati anche per servizi mobili e nomadici. La Francia si sta muovendo per assegnare agli operatori mobili tutta e solo questa porzione dello spettro.
In Sardegna e nel resto d’Italia quella banda è occupata dalle imprese televisive. Una migrazione delle emittenti televisive che occupano questi canali è prematura e non può essere imposta con decisioni amministrative. Non tutti i paesi europei stanno seguendo l’orientamento francese e l’industria manifatturiera non ha ancora deciso quali terminali produrre e per quali servizi.
Per l’Italia è necessario quindi che le pianificazioni che saranno decise nei prossimi mesi mantengano un certo grado di flessibilità. La via maestra per consentire ad altri servizi di accedere alle frequenze sinora utilizzate dalla televisione è quella di allargare le possibilità di trading. A giugno la legge 101 rimediando, sotto l’urgenza della procedura di infrazione, all’errore commesso dalla legge Gasparri, ha aperto a tutti i soggetti il trading delle frequenze. In teoria un operatore di telecomunicazioni può già comprare frequenze televisive; in pratica attenderà che siano chiarite le condizioni interferenziali per operare altri servizi e che sia consolidato l’orientamento dei costruttori di terminali. Ma, grazie al trading, il sistema contiene già un elemento dinamico rafforzando il quale è possibile che parte della banda sia in futuro utilizzata da altri servizi.
Un secondo elemento di flessibilità è costituito dai canali restituiti allo Stato per esigenze di coordinamento internazionale e che possono essere messi a gara per essere utilizzati per altri servizi a bassa potenza. In linea di principio non sarà neanche necessario ingessare il futuro indicando quale servizio per ciascuna porzione di banda; sarà sufficiente indicare le soglie interferenziali sia rispetto ai paesi limitrofi, sia rispetto al servizio televisivo.
Limitatamente a queste frequenze e alle due destinate a nuovi entranti televisivi è anche possibile per lo Stato fare cassa. Il percorso passato ha però compromesso irrimediabilmente la possibilità di massimizzare i ricavi erariali con un asta su tutto il dividendo derivante dalla digitalizzazione televisiva. Ben più importante è la possibilità di consentire un’evoluzione dell’utilizzo dello spettro efficiente, trasparente e compatibile con quella che prevarrà nei principali paesi europei, ciò che in Italia è possibile estendendo e consolidando le condizioni del trading.
Solo laddove il trading non consenta un allocazione dinamica ed efficiente si potranno successivamente approfondire altre soluzioni, da impostare però con una visione più complessiva dello spettro.
La discussione sul dividendo digitale, infatti, si concentra oggi sulle bande VHF e UHF perché si tratta di bande ampie e pregiate, suscettibili di usi alternativi e, quel più conta, destinate a una digitalizzazione integrale in tempi certi e ravvicinati.
Ciò non significa che anche altre bande non siano destinate a produrre un dividendo. Si pensi, ad esempio, a quelle oggi utilizzate dalla radiofonia e a quelle assegnate alla Difesa Tutti sono chiamati a una trasformazione nel senso di una efficienza molto maggiore di quella consentita sinora. Un incremento di efficienza che non implichi rischi per la sicurezza è possibile ad esempio utilizzando in tutte le porzioni dello spettro modelli di Prezzi amministrativi incentivanti.
L’idea alla base degli Administrative Incentive Prices è quella di creare la convenienza per tutti gli utilizzatori a usare lo spettro in modo più efficiente e a restituire lo spettro in eccesso.
Per i soggetti pubblici e no-profit, che sono più sensibili ai costi attuali che non ai costi opportunità derivanti da un mancato ricavo da vendita, gli AIP possono rappresentare un incentivo più efficace del semplice trading, senza dover affrontare materie controverse quali i livelli di sicurezza o quelli di servizio pubblico.