Per analizzare le telecomunicazioni è necessario tener conto, congiuntamente, di una pluralità di prospettive: l'innovazione tecnologica e organizzativa e i modi in cui essa pervade nel tempo tutto il sistema economico; i comportamenti dei consumatori, l'evoluzione dei modelli di business delle imprese, in un contesto ricco di opzioni e di interazioni strategiche; i modi in cui le imprese sono finanziate e controllate; le finalità e gli strumenti dell'intervento pubblico; il diritto.
Ciò rende il lavoro del ricercatore affascinante, ma a volte anche frustrante, per l'impossibilità di comporre in un quadro unitario tutti gli aspetti e per i dubbi che sorgono quando si vorrebbero tradurre in indicazioni di policy le prescrizioni che derivano da modelli teorici semplificati. Per di più, non raramente, scegliendo l’una piuttosto che l’altra semplificazione si possono raggiungere conclusioni diverse e diversamente gradite agli attori che si fronteggiano nel mondo reale. Basterebbe pensare a questo per rifuggire da atteggiamenti da grillo parlante e guardare con più comprensione il difficile compito di chi, nelle imprese e nelle istituzioni è costretto a scegliere.
Cercherò di non fare il grillo parlante e di portare a La-rete.net contributi che tengano conto di queste diverse prospettive e valorizzino il più possibile idee spunti e risultati conoscitivi che derivano dalla ricerca, pur non ignorandone i limiti: meglio un dubbio in più che una certezza fallace Lo farò ricordando, con gratitudine, che questo è stato il modo in cui ho a lungo collaborato con Gianni Di Quattro su Beltel.
Mi sembra utile, per partire, affrontare con questo spirito il tema della terminazione, uno dei più studiati ma anche uno per cui operatori e regolatori più recalcitrano a riconoscere valide ed applicare le conclusioni, sempre più ricche e circostanziate, della teoria.
L’enorme travaso di risorse da utenti di rete fissa a quelli di rete mobile assicurato, ormai quasi per un ventennio dalla terminazione fisso-mobile, non è più giustificabile (essendo stati pienamente ottenuti i risultati che lo avevano motivato: promozione di un mercato con forti esternalità di rete) e sta distorcendo lo sviluppo competitivo (telefonate mobile-mobile, offerte on-net a prezzi estremamente convenienti, sostituiscono sempre più le telefonate fisso mobile, i cui costi dichiarati sono assai inferiori). Anche la spinta a diventare operatore virtuale, più che derivare dalla sacrosanta esigenza di replicare offerte convergenti, appare a volte un modo per condividere le delizie della terminazione mobile.
I nuovi operatori, sia mobili che fissi cercano oggi, con la terminazione asimmetrica, di replicare, in chiave difensiva, il modello che ha determinato il successo dei primi operatori mobili. Ci sono basi forti per giustificare le asimmetrie: esse sono nei costi, prima che nei prezzi (celle più piccole per chi sviluppa il grosso del suo traffico sulle frequenze più alte; indivisibilità pesanti per gli operatori fissi che hanno fatto scavi e co-locazioni per passare all’accesso diretto). E non è scandaloso che la costruzione di un mercato competitivo comporti costi maggiori rispetto a quelli di della rete di monopolio. E’ anzi corretto, a mio parere, che questi maggiori costi siano, attraverso la terminazione, condivisi da tutti gli utenti che godono dei vantaggi della concorrenza.
Ma ci sono dei limiti. Ad esempio, non sarebbe giustificabile in termini di efficienza dinamica uno scostamento troppo forte dall’efficienza statica che si produrrebbe riconoscendo a piè di lista i costi di un operatore inefficiente o di un operatore con così pochi utenti che per lui sarebbe preferibile l’accesso indiretto. E’ innegabile, inoltre, che il regime di calling party pays distorca gli incentivi degli operatori non solo per quanto riguarda l’allocazione dei costi, ma anche in termini di scelte architetturali: ad esempio, se passasse il principio che tutti i costi non traffic sensitive gravano sull’operatore di accesso mentre quelli traffic sensitive sono in parte coperti dai prezzi di terminazione, potrebbe risultare conveniente una scelta architetturale più costosa in termini sociali ma meno onerosa per l’operatore di accesso.
D’altra parte, il tentativo di recuperare attraverso i prezzi minutari di terminazione costi che in realtà non sono traffic sensitive sarebbe fortemente inefficiente. L’hanno fatto, su piccola scala e senza successo, alcuni operatori di rete fissa (cercando, ad esempio, di imputare alla terminazione il canone di unbundling). Lo stanno facendo con maggiore successo e su più larga scala gli operatori mobili che imputano alla terminazione i costi della copertura rurale (non traffic sensitive, perché le celle rurali hanno un traffico troppo basso rispetto alla loro capacità), e una quota degli oneri derivanti dalle aste 3G. (che eccedono, verosimilmente, il costo opportunità delle frequenze e sono invece commisurate alle rendite attese dalla partecipazione all’oligopolio chiuso del mobile).
Ritengo che uno strumento importante come la terminazione asimmetrica vada salvaguardato ma che ciò sia possibile solo con regole chiare che evitino di sommare distorsione a distorsione. In particolare, è opportuno distinguere il problema di una misura tecnologicamente e contabilmente corretta dei costi dal problema di fissare i prezzi: per gli operatori alternativi, prezzi equi e ragionevoli potrebbero, almeno nel transitorio, non essere orientati ai costi; essi potrebbero, in particolare, prevedere componenti compensative a fronte di altre distorsioni del mercato come le penalizzazioni che gli OLO hanno nel mercato dell’accesso, per il mancato raggiungimento dell’equality of access, o quelle che hanno nei confronti degli operatori mobili a causa dei loro prezzi di terminazione ove essi restassero più alti della best practice europea.
In una prospettiva più lunga, comunque, forme di multihoming rese possibili dal Voip potrebbero ridurre la rilevanza della terminazione come strumento difensivo, mentre gli squilibri nei flussi di traffico scambiati potrebbero neutralizzare l’asimmetria dei prezzi.
Inoltre, la forma più razionale di superamento di prezzi al minuto, la remunerazione della capacità adibita alla terminazione, potrebbe far emergere valori approssimativamente simili nei rapporti bilaterali tra operatori di uno stesso mercato. Ciò potrebbe coagulare un forte consenso per il passaggio al bill and keep tra operatori fissi e tra operatori mobili.
Resterebbe il problema del traffico fisso mobile: un puro e semplice azzeramento dei prezzi di terminazione produrrebbe in questo caso squilibri troppo repentini
La teoria offre una soluzione semplice e forte a questo problema: il superamento della esternalità di chiamata con il passaggio al mobile party pays. In altri termini, gli operatori mobili avrebbero il diritto a richiedere ai propri clienti quei ricavi da traffico entrante che non percepirebbero più dagli operatori di originazione. Ci potremmo aspettare prezzi delle chiamate da mobile dimezzati affiancati da analoghi prezzi per ricevere. Gli operatori avrebbero però un ben maggiore incentivo ridurre questi ultimi prezzi, o a renderli maggiormente accettabili con offerte a pacchetto, in quanto essi verrebbero pagati dai propri clienti e non dai propri concorrenti.
Siamo pronti a fidarci della teoria? E se no, perché?