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Ragionando sugli effetti della crisi economica sulle start-up ict: l'esperienza del post-bolla internet PDF Stampa E-mail
Nuove iniziative
Scritto da Luca Grilli   
Mercoledì 03 Dicembre 2008 00:00

L’argomento “crisi economica” è quanto mai di attualità. Su quella recente, deflagrata da storture e degenerazioni per lo più ascrivibili al mondo finanziario, uno dei refrain incessanti sui cui economisti ed esperti continuano ad interrogarsi è centrato sugli effetti indotti nella cosiddetta economia “reale” (come se l’altra ahimé non fosse tale) oltre che sulla durata dei tempi grami. In particolare, uno degli orientamenti più diffusi nel nostro Paese vuole soprattutto le piccole e medie imprese in grave sofferenza ed ad aumentato rischio di dissoluzione. L’impatto si dice dovrebbe essere ancora più violento e brutale per le giovani imprese che operano in mercati high-tech, data l’alta rischiosità dei progetti imprenditoriali intrapresi e la volatilità endemica a tali settori.

Limitandoci alla disamina delle start-up operanti nei settori dell’ICT, l'evidenza relativa a una situazione simile, anche se più circoscritta - la crisi seguita all'esplosione della bolla Internet nel 2001- ci può offrire alcuni importanti spunti di riflessione sugli effetti che le crisi economiche possono esercitare sulle nuove iniziative imprenditoriali in settori giovani e ad alto contenuto tecnologico.

Uno studio econometrico (a cui si rimanda per maggiori dettagli, vedi bibliografia) recentemente condotto su 179 start-up italiane attive nel settore dei servizi ICT (editoria elettronica, software, e-commerce, Internet service provision e altri servizi legati al Web, servizi di telecomunicazione) ed estratto dalla banca dati sviluppata dall’Osservatorio RITA (Ricerche sull’Imprenditoria nei settori a Tecnologia Avanzata) del Politecnico di Milano evidenzia infatti come le imprese fondate da team imprenditoriali con maggior esperienza professionale e un più alto livello di competenze siano state le prime ad uscire dal mercato durante l’intensa recessione industriale abbattutasi sui comparti dell’ICT all’indomani dello scoppio della bolla Internet. Lo studio evidenzia altresì come le modalità di uscita prescelte siano state in larga misura influenzate dalla diverse tipologie di competenze possedute dagli imprenditori. In particolare, i fondatori con un alto livello di conoscenze specifiche (ovvero maturate in settori affini all’ICT) hanno perseguito con maggiori probabilità una “exit strategy” attraverso il canale degli M&A (dall’inglese Merger&Acquisition, vendita/acquisizione dell’impresa), mentre gli imprenditori caratterizzati da un alto profilo di competenze generiche (maturate in settori differenti) hanno mostrato una significativa tendenza alla chiusura (per fallimento, liquidazione o altri motivi) della propria attività imprenditoriale.

L’entità dell’impatto differenziale delle due tipologie di competenze professionali sulle due diverse modalità di uscita appare numericamente rilevante. Un esercizio di simulazione mostra che la probabilità di essere oggetto di operazioni di M&A può addirittura raddoppiare per le start-up con team imprenditoriali caratterizzati da un elevato bagaglio di competenze specifiche al settore ICT. Un aumento pressoché analogo si registra nel rischio di mortalità per le imprese i cui nuclei fondativi sono composti da individui con elevata esperienza professionale generica.

Tali risultati generano più di una riflessione sulle modalità di comportamento e sulle capacità di selezione del mercato durante un intenso shock settoriale fortemente negativo.

Nella letteratura economico-manageriale è infatti risultato stilizzato piuttosto robusto il ritenere il capitale umano dei fondatori uno dei requisiti di fondamentale importanza nei settori tecnologicamente avanzati perchè la business idea su cui poggia laneonata attività imprenditoriale sia innovativa ed economicamente valida e la start-up possa conseguentemente svilupparsi nei mercati e raggiungere buone performance in termini di crescita e capacità innovativa. Sono solitamente le competenze di natura specifica ad essere discriminanti essenziali tra imprese di successo ed attività imprenditoriale di scarso impatto. Sotto questo aspetto, il fatto che gli imprenditori più capaci abbiano maggiori probabilità di veder fondere o acquisire le imprese da loro fondate è da un lato preoccupante ma dall’altro forse risulta inevitabile in periodi di crisi virulenti. La decisione infatti di continuare ad impegnarsi in maniera autonoma ed indipendente nella neonata attività imprenditoriale va sempre confrontata con il costo opportunità di tale scelta (generalmente alto per gli individui più bravi) ed ai rischi a questa connessa che fatalmente aumentano in periodi di intensa recessione.

Se dunque tra i possibili effetti deleteri di una crisi industriale è forse ineluttabile annoverare anche potenziali fenomeni di “adverse selection” tra i nascenti imprenditori, da un punto di vista del benessere collettivo risulta molto più importante capire se e quanto tali meccanismi di selezione avversa tra gli imprenditori si traducano in meccanismi altrettanto negativi sulle idee imprenditoriali. In altri termini, l’uscita degli imprenditori highly-skilled da una condizione di piena ed autonoma conduzione della propria azienda verso forme di gestione imprenditoriale condivisa o di ritorno al lavoro dipendente implica anche una rinuncia o un ridimensionamento dello sviluppo delle idee di business originarie e potenzialmente innovative?

Se tali fossero le conseguenze, evidentemente il costo sociale delle crisi dovrebbe essere incrementato di una voce non trascurabile, dato il ruolo fondamentale che le innovazioni spesso introdotte dai new comer (soprattutto nei settori tecnologicamente avanzati) rivestono in termini di sviluppo e promozione dell’efficienza dinamica dei sistemi economici moderni.

A tal proposito, per concludere, il parere di chi scrive è che difficilmente le buone idee rimangono per troppo tempo in panchina. Ovviamente però in mercati caratterizzati da forti esternalità di rete, come solitamente quelli in cui operano le imprese ICT, piccole modificazioni delle condizioni al contorno incidono fortemente sugli esiti dei mercati stessi, ed in ultima analisi, sulla distribuzione dei ricavi che dalle buone idee si possono ottenere. Su questo aspetto, forse un esempio reale è più emblematico di altri per fare il punto. Nel giugno del 1999, Gianluca Dettori dopo aver accumulato alcuni anni di esperienza specifica nel settore dei servizi ICT (Telemedia, Lycos Bertelsmann, Italia Online) co-fondò insieme ad altri due soci, Vitaminic, start-up attiva nel business della musica online. In particolare oltre alla vendita di musica online in un periodo in cui l’MP3 era un formato ai più sconosciuto, la giovane impresa (che sfruttò quasi subito la possibilità di finanziamenti di venture capital e poi la quotazione nel 2000 nel nuovo mercato) creò una comunità virtuale piuttosto estesa di musicisti ed appassionati di musica in tutto il mondo, ben prima che si parlasse di Web 2.0 e siti come MySpace si materializzassero. La fusione con Buongiorno del 2003, ha sicuramente portato ad oggi alla costituzione di una delle realtà più consistenti nel panorama italiano dei servizi ICT, ma ci sembra lecito poter affermare che la valida intuizione iniziale di Dettori e soci è stata probabilmente sfruttata più pienamente da altre imprese in altri contesti geografici.

Bibliografia

Grilli, L., (2009). “Sulla relazione tra esperienza lavorativa dei fondatori e sopravvivenza delle giovani imprese high-tech in mercati in crisi”, in corso di revisione per Economia e Politica Industriale.



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